Spesso e volentieri, soprattutto nel nostro Belpaese, si sente parlare dei geologi solo dopo che sono avvenute delle catastrofi ed è questo il motivo principale per cui tale figura viene vista a volte come “portatrice di sventura”.

La realtà è ben diversa: il geologo è una figura professionale che rappresenta il fulcro della pratica di prevenzione, così come della buona riuscita di qualsiasi opera e progetto. 

In primo luogo, ogni opera ingegneristica poggia in un modo o nell’altro sul terreno o comunque viene realizzata al suo interno, interagendo con esso; d’altro canto, il terreno interessato dalla realizzazione delle opere di ingegneria non è mai lo stesso e proprio per questo motivo la caratterizzazione geologica, a cui fa seguito quella geotecnica, è fondamentale. Antecedentemente alla messa in atto del piano di indagini vero e proprio, il geologo svolge un importante lavoro preparatorio che si basa su un’attenta analisi delle fonti bibliografiche disponibili (carte geologiche e tematiche, cartografie storiche, cartografie tecniche, consultazione di eventuali indagini eseguite in aree circostanti, ecc). 

A ciò fa seguito un sopralluogo finalizzato a definire “di persona” lo stato di consistenza dei luoghi, svolgendo un rilevamento geologico e geomorfologico di dettaglio (grande scala) ed infine individuando i punti più idonei sul territorio in cui eseguire le indagini, sia da un punto di vista logistico, sia per la rappresentatività ai fini della corretta ricostruzione del modello geologico e geotecnico. 

L’interpretazione di una stratigrafia, oltre ad essere un aspetto prettamente tecnico, rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo. Scendendo in profondità, infatti, si può sia tornare indietro di pochi anni, sia arrivare a migliaia o milioni di anni fa.

L’interpretazione stratigrafica non si limita solo a leggere la descrizione degli strati, ma trasforma i dati del sondaggio in una ricostruzione geologica, idrogeologica e geotecnica utile alla progettazione. È importante riconoscere, oltre alla litologia, anche l’eventuale presenza di faglie, cavità, paleocanali, terreni compressibili, livelli organici: tutti fattori che possono influenzare fortemente la progettazione. Per qualcuno di questi elementi, le cartografie di base forniscono già in partenza alcune informazioni, le quali andranno poi validate analizzando gli esiti delle indagini in sito. 

Un caso studio in cui i geologi di GDG sono stati recentemente impegnati, che racchiude in linea generale quanto detto finora, è quello della frana che ha interessato nel mese di Marzo 2025 un tratto di versante alle porte dell’abitato di San Vito di Cadore. Il dissesto si è innescato durante le fasi di realizzazione del nuovo attraversamento dell’abitato di San Vito di Cadore, nell’ambito del Piano Straordinario per l’accessibilità a Cortina. 

L’area d’intervento è sita in Veneto, in provincia di Belluno, lungo la S.S. 51 d’Alemagna, in adiacenza ad un’ansa del Torrente Boite. L’opera in progetto corre in rilevato, realizzato mediante terre rinforzate che si sviluppano, a mezza costa, parallelamente all’attuale viabilità.

La prima fase degli studi geologici ha previsto il reperimento di tutta la cartografia di base, utile a comprendere l’assetto geologico e geomorfologico dell’area, che ha da subito restituito un evidente quadro di instabilità, seppur di tipologia differente, dell’intero versante del Monte Antelao, la seconda vetta dolomitica per altitudine dopo la Marmolada.

 

I primi sopralluoghi sono stati svolti nel mese di Marzo 2025, subito dopo il dissesto, per poi proseguire nei primi giorni di Aprile 2025. Le attività svolte hanno permesso in primo luogo di garantire la messa in sicurezza immediata dell’area tramite la verifica dell’evoluzione dinamica del fenomeno; infatti, si è ritenuto opportuno innanzitutto capire se la frana fosse ancora in movimento o se comunque ci fosse la possibilità di una sua espansione (sia lateralmente che verso monte), nonché cercare di individuare il tipo di meccanismo instauratosi. Alla data dell’ultimo sopralluogo, effettuato a Settembre 2025, essa non si spingeva oltre la carreggiata della S.S. 51 d’Alemagna.  

La predisposizione del piano indagini è stata sviluppata concentrandosi sulla ricostruzione del modello geologico e, in particolare, sulla definizione della superficie di scorrimento del dissesto e del suo relativo meccanismo cinematico. Le indagini eseguite a tale scopo sono consistite nell’esecuzione di sondaggi geognostici a carotaggio continuo di lunghezza media compresa tra 20 e 30 m, attrezzati successivamente con inclinometri, e di sondaggi a distruzione di nucleo, attrezzati con piezometri a tubo aperto. 

Una siffatta campagna di indagini ha consentito di ottenere un ottimo riscontro della successione stratigrafica e del regime di circolazione idrica nel sottosuolo: in particolare, si è riscontrata la presenza di uno spessore di circa 30 m di depositi ghiaiosi, di natura calcareo-dolomitica in matrice sabbioso-limosa (aggregato sedimentario definito “diamicton”), con buoni valori SPT, appartenenti alla coltre detritica di versante. Questi depositi sono da attribuire ai “Till di ablazione”, materiali originariamente immersi nelle lingue glaciali e depositatisi per fusione, colata e scivolamento di detriti sopraglaciali. Inoltre, insieme ai processi glaciali, sono intervenuti imponenti movimenti di massa avvenuti nelle ultime fasi glaciali, che hanno profondamente modificato la morfologia del territorio, provocando anche deviazioni di corsi d’acqua e la formazione di laghi. 

Intercalato a queste ghiaie è presente uno spessore di circa 10 m di depositi argilloso-limosi, a tratti sabbiosi, con valori SPT<10, all’interno della quale si sviluppa la superficie di scorrimento del dissesto. Questi ultimi tendono a chiudersi con una geometria di tipo “a becco di flauto” sia verso Nord che verso Sud rispetto all’area interessata dal dissesto. 

Un aspetto interessante emerso per questi depositi, non evidenziato in letteratura, è che essi si sono probabilmente depositati in antichi bacini lacustri (come quelli citati in precedenza). Tali depositi sono interessanti anche dal punto di vista paleoambientale e paleoclimatico, in quanto ricchi di residui organici. In tale ottica, è stato molto stimolante scambiare opinioni e confrontarsi con altre figure professionali presenti in cantiere ed aventi una grande conoscenza del territorio. 

Una volta ottenuto un quadro chiaro del contesto geologico e della frana, è stato conseguentemente possibile predisporre un sistema di monitoraggio, costituito dagli inclinometri installati durante la fase di ricostruzione del cinematismo e da un sistema di rilevazione topografica di superficie, mediante stazione totale robotizzata. In questo modo, oltre agli spostamenti superficiali, è stato possibile confermare la presenza e la posizione della superficie di scorrimento del dissesto e confermando di fatto quanto già precedentemente ricostruito nei precedenti rilievi in sito. 

 

In conclusione, lo studio della frana di San Vito è un’esperienza che conferma quanto già detto in precedenza: l’importanza di una buona campagna di indagini, affiancata da sopralluoghi mirati e costruiti sulla base delle esigenze di elaborazione in backoffice, è fondamentale non solo per mappare le geometrie, le superfici ed i volumi di un dissesto, ma anche e soprattutto per minimizzare fisiologiche incertezze, migliorando e validando le scelte progettuali.

Più in generale, in contesti come questo il geologo può essere ritenuto la figura di riferimento per quanto riguarda la gestione e la mitigazione del rischio idrogeologico. Infatti, attraverso l’analitica comprensione della litologia, geomorfologia e idrologia, egli riesce, più di qualsiasi altra figura, a leggere il territorio e a prevederne i possibili scenari futuri. 

 

Riccardo Colasante